Il no alla class action: esemplare il caso Acea
Di lubrano • 10 gen, 2009 • Categoria: Consumi
depurazione acque
Ed ecco che scoppia una grana significativa: quindicimila romani che abitano nella zona nord della Capitale(La Storta,Isola Farnese, Cerquetta) e che aspettano da tempo la costruzione del depuratore dell’acqua previsto a Isola Farnese, possono chiedere ora all’Acea, ossia la società che gestisce il servizio idrico, la restituzione delle somme versate negli ultimi cinque anni, ossia 150 euro l’anno che moltiplicato per quindicimila fa dieci milioni di euro.
All’Acea - è comprensibile - sono preoccupati, la somma è spaventosa. Tuttavia proviamo a chiederci: è pur vero che la legge Galli(1994), forse male interpretata, ha autorizzato il prelievo della tariffa di depurazione ma questi soldi destinati alla costruzione del depuratore dovrebbero essere depositati da qualche parte. Visto che il depuratore di Isola Farnese non esiste , chi vieta di restituirli agli utenti? Se non ci sono più, l’Acea ci dirà come sono stati utilizzati?
Poniamo che questi interrogativi non trovino risposta. Se la legge sull’azione risarcitoria collettiva fosse entrata in vigore il I° gennaio scorso, come il ministro Scajola aveva promesso nel luglio del 2008, oggi l’Acea sarebbe costretta a rispondere in tribunale.
Voglio dire: salvo che la società non si decida per l’immediato rimborso, il caso dell’Acea diventa esemplare per dimostrare come la class action sia a dir poco mal vista dalle aziende pubbliche e privati e in generale dalla Confindustria. E perché il governo tende a procrastinarne (all’infinito?) l’entrata in vigore. Condividi:




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